2. Inquadramento della vegetazione forestale nell’arco

F 20 F.1 SELVICOLTURA GENERALE E SPECIALE - SELVICOLTURA GENERALE 2. Inquadramento della vegetazione forestale nell arco alpino italiano 2.1 Il quadro regionale. Un inquadramento sommario delle formazioni forestali presenti nell arco alpino italiano può essere fatto individuando aree più o meno omogenee, le regioni forestali, che costituiscono delle unità di sintesi di più fattori: climatici, morfologici e geo-litologici. In questo modo, considerando il territorio delle Regioni amministrative interessate dalla presenza dell arco alpino, esclusa la parte appenninica, si possono distinguere le seguenti sei regioni forestali. 2.1.1 La regione costiera. Limitata fascia prospiciente il mare di cui la vegetazione forestale subisce l influenza diretta (soprattutto umidità atmosferica e azione dei venti). Essa compare ai due estremi del territorio considerato, in Friuli-Venezia Giulia, nel Veneto e in Liguria con situazioni climatiche notevolmente diverse. La riviera di Ponente (dal confine con la Francia fino a Vado Ligure), più che per il regime termico (temperatura media annua di circa 15-18 °C), si differenzia per le ridotte precipitazioni (circa 700-800 mm annui), cosicché si ha un clima di tipo mediterraneo con aridità estiva della durata di 3-4 mesi. Queste caratteristiche climatiche incidono anche sulla presenza e distribuzione della vegetazione forestale. Di conseguenza, partendo dal mare s incontra una fascia a macchia, soprattutto bassa, seguita o intercalata alle pinete di pino d Aleppo, in parte d origine artificiale, che ricoprono interamente i versanti dei primi rilievi. Lungo le valli che penetrano all interno (regione esalpica), s incontrano le leccete seguite dai castagneti e dagli orno-ostrieti. Nella riviera di Levante le precipitazioni aumentano sensibilmente (superano anche abbondantemente i 1.100 mm annui) e il periodo di aridità si riduce a un mese. Le macchie, talvolta anche alte, e le pinete di pino d Aleppo sono così meno estese; le prime poi s impoveriscono degli elementi stenomediterranei (es. il lentisco) e si arricchiscono di altre entità solitamente proprie dei boschi più interni (es. l orniello) o sono sostituite dagli ericeti (a eriche e corbezzolo). Ben presto compare, poi, la pineta di pino marittimo. Le leccete sono presenti in modo frammentario, localizzandosi in corrispondenza dei tratti più riparati dall azione diretta del mare. Nel litorale alto Adriatico (dalle foci del Po a quelle del Timavo), non cambiano di molto le precipitazioni rispetto alla riviera di Ponente (700 mm annui), ma le temperature (che scendono fino a 13 °C) e l assenza di un periodo di aridità abbassano molto i minimi termici assoluti a causa dello spirare della bora. Così, lungo la costa sabbiosa, allontanandosi dalla linea di battigia e dopo aver lasciato le associazioni di specie erbacee, dove possono essere presenti soggetti isolati o piccoli gruppi di pini oppure, più spesso, siepi frangivento di tamerice, s incontra una formazione per lo più arbustiva con presenza anche del leccio. Man mano che ci si allontana dal mare, il leccio diviene predominante, a formare dense formazioni, tuttavia spesso sostituite dagli insediamenti balneari o da pinete di origine artificiale. Abbandonato il litorale alto Adriatico, salendo verso nord-est, s incontra la costiera triestina, che si caratterizza per la verticalità delle pareti calcaree che scendono rapidamente al mare. Lungo questo tratto della costa, protetto dalla bora, si forma un microclima più mite che consente la presenza del leccio, solo con portamento arbustivo, anche in prossimità del mare; questa specie però si mescola con specie solitamente più diffuse all interno come il carpino nero, l orniello e lo scotano. 2.1.2 La regione planiziale. Comprende tutta la Pianura Padana, caratterizzata da temperature medie annue che scendono fino a 13 °C (ma anche fino a 12 °C in Piemonte), da precipitazioni variabili fra 700 e 1.100 mm (ma anche fino a 1.200 mm, sempre in Piemonte) e da una più accentuata escursione termica annua. F01_2_Inquadramento_Vegetazione.indd 20 5/29/18 3:07 PM z n n a m n fr l a a 2 e c d ( m v lo p L la r r li lu 2 d c p p n u z la b fe in r E ( a c d in p e

SEZIONE F
SEZIONE F
SELVICOLTURA GENERALE E SPECIALE
La Selvicoltura può essere definita come l’insieme di tutte quelle attività di governo e coltivazione svolte nei boschi, per scopi diversi, e che rappresentano la risposta alle esigenze, dei singoli e delle comunità, che si vengono a determinare in un particolare momento storico e in uno specifico contesto sociale.In senso stretto le attività consistono essenzialmente nel taglio degli alberi, ossia nella raccolta della produzione legnosa, condotto in modo tale da assicurare la ricostituzione (rinnovazione) del soprassuolo. Nella pratica della Selvicoltura rientrano anche l’impianto di alberi e tutte le fasi di produzione delle piantine in appositi vivai, fino alla loro messa a dimora in terreni precedentemente destinati a prato o coltivo, oppure là dove il soprassuolo adulto è stato abbattuto e si è preferito fare ricorso alla rinnovazione artificiale.L’Economia forestale (Selvicoltura in senso lato) comprende non solo l’ecologia forestale (presupposto necessario all’adozione di buone forme di intervento), ma anche i criteri di misurazione del volume degli alberi, di pianificazione delle operazioni su ampie superfici forestali, di difesa del bosco da agenti dannosi e da incendi, di gestione della fauna selvatica di applicazione e rispetto delle norme che le istituzioni pubbliche fissano per inquadrare le operazioni selvicolturali (nel quadro dell’economia del territorio) e, infine, delle modalità, di verifica che ci assicurano che prodotti o servizi, ottenuti dai boschi, siano conformi ai requisiti indicati da norme o regole. Per questo è indispensabile una profonda conoscenza dei tipi di bosco presenti nelle diverse Regioni italiane e delle tecniche selvicolturali più appropriate. Si deve anche prestare attenzione ai caratteri del legno, che in parte conseguono alle specie coltivate e alle modalità di crescita degli alberi, e al modo in cui la produzione legnosa viene raccolta e trasportata dal bosco alla strada.Nella presente Sezione F del Manuale dell’Agronomo si è anche fatto un breve cenno a quelle specie legnose che sono importanti per il loro significato ecologico, per il pregio estetico e talvolta per particolari beni forniti, o che non formano complessi boscati, ma compaiono allo stato sporadico. In tal modo si è inteso fornire un quadro d’insieme, quanto più possibile aggiornato e completo, dei diversi campi tecnici e applicativi della selvicoltura.Coordinamento di SezionePietro PiussiRealizzazione e collaborazioniGiovanni Bernetti, Stefano Berti, Massimo Bianchi, Paolo Casanova, Piermaria Corona, Luigi Damiani, Roberto Del Favero, Maria Nives Forgiarini, Giovanni Hippoliti, Amerigo Alessandro Hofmann, Alberto Maltoni, Enrico Marchi, Anna Memoli, Lorenzo Pini, Pietro Piussi, Aldo Pollini, Andrea Tani, Giuliana Torta