1.8 Pini

ALE m e m ti ee r i- a e e e o r oli 0 c. ), a e e e o el na di a a al cli ni a ta CONIFERE F 205 Picea dell Himalaya (Picea smithiana Boiss.). Diffusa nel grande massiccio himalayano dove forma boschi in mescolanza con il cedro deodara e con il pino eccelso, vegeta nel Fagetum e nel Picetum. Albero di grandi dimensioni (40-50 m), ha fusto slanciato, rami secondari penduli, aghi a sezione quadrangolare lunghi 3-5 cm e strobili lunghi 9-18 cm. Picea pungente (Picea pungens Engelm.). Molto diffusa sui monti del Colorado, vive normalmente lungo i corsi d acqua e nelle stazioni umide. un bell albero di alta statura, facilmente riconoscibile per gli aghi grossi pungenti, color blu argenteo. 1.8 Pini Pino bruzio (Pinus brutia Ten.). Molto affine al pino d Aleppo (v.), se ne differenzia per la più alta statura, il portamento più slanciato, per gli aghi più lunghi e robusti, e per gli strobili potenti e orizzontali sessili o quasi. L areale è localizzato al distretto orientale del Mediterraneo. meno termofilo del pino d Aleppo e predilige le stazioni calcaree asciutte. Pino cembro o Cirmolo (Pinus cembra L.). Vegeta spontaneo nel Picetum alpino fino al limite superiore della vegetazione arborea e più raramente nell Alpinetum. Più che in formazioni pure (tuttavia non rare), vive in mescolanza con il larice, con l abete rosso e anche con il pino silvestre. Pianta socievole di non grandi dimensioni, ha gli aghi riuniti in fascetti 2 3 1 di 5, strobili con squame cuorose e semi eduli quasi privi d ala. Un kg contiene 4-5 mila semi; la facoltà germinativa è del 40% e non oltrepassa i 2 anni. ombrivago, igrofilo e non molto esigente in fatto di terreno. Il legno è bianco giallastro, 5 leggero (p. sp. medio 0,50 stagionato), 4 resinoso, omogeneo, facilmente lavorabile; non imbarca né spacca; serve ottimamente per mobili, rivestimenti, sculture, forme per burro e formaggio, ecc. 8 Pino d Aleppo (Pinus halepensis Mill.). Chiamato comunemente pino di Gerusa- 6 lemme, è diffuso in tutto il bacino del Me7 diterraneo, dove vegeta preferibilmente nelle stazioni calcaree marittime del Lauretum esposte a prolungate siccità estive. 10 9 11 Pianta di non grandi dimensioni, ha fusto contorto, aghi sottili riuniti in fascetti di due, raggruppati a guisa di pennello, strobili appaiati che persistono a lungo sulla 12 13 pianta e piccolo seme alato bruno grigiastro. Un kg contiene 200-250 mila semi; germinabilità 70-80%; durata della facoltà FIG. 2.2 Coni. Galbule e bacche di alcune conifere. germinativa 2-3 anni. Il legno è ad anelli 1. Pino insigne. 2. Pino laricio. 3. Pino delle Canarie. 4. Pino bruzio. Cedro africano. 6. Cipresso comune. 7. Pino mugo. 8. Abete ben distinti, resinoso, grossolano, pesan- 5. odoroso d America. 9. Ginepro comune. 10. Ginepro coccolone. te (p. sp. 0,80 stagionato e 0,70 secco) 11. Ginepro sabina. 12. Ginepro rosso. 13. Ginepro virginiano. F02_1_Selvicoltura_Speciale.indd 205 F 5/30/18 8:17 AM

SEZIONE F
SEZIONE F
SELVICOLTURA GENERALE E SPECIALE
La Selvicoltura può essere definita come l’insieme di tutte quelle attività di governo e coltivazione svolte nei boschi, per scopi diversi, e che rappresentano la risposta alle esigenze, dei singoli e delle comunità, che si vengono a determinare in un particolare momento storico e in uno specifico contesto sociale.In senso stretto le attività consistono essenzialmente nel taglio degli alberi, ossia nella raccolta della produzione legnosa, condotto in modo tale da assicurare la ricostituzione (rinnovazione) del soprassuolo. Nella pratica della Selvicoltura rientrano anche l’impianto di alberi e tutte le fasi di produzione delle piantine in appositi vivai, fino alla loro messa a dimora in terreni precedentemente destinati a prato o coltivo, oppure là dove il soprassuolo adulto è stato abbattuto e si è preferito fare ricorso alla rinnovazione artificiale.L’Economia forestale (Selvicoltura in senso lato) comprende non solo l’ecologia forestale (presupposto necessario all’adozione di buone forme di intervento), ma anche i criteri di misurazione del volume degli alberi, di pianificazione delle operazioni su ampie superfici forestali, di difesa del bosco da agenti dannosi e da incendi, di gestione della fauna selvatica di applicazione e rispetto delle norme che le istituzioni pubbliche fissano per inquadrare le operazioni selvicolturali (nel quadro dell’economia del territorio) e, infine, delle modalità, di verifica che ci assicurano che prodotti o servizi, ottenuti dai boschi, siano conformi ai requisiti indicati da norme o regole. Per questo è indispensabile una profonda conoscenza dei tipi di bosco presenti nelle diverse Regioni italiane e delle tecniche selvicolturali più appropriate. Si deve anche prestare attenzione ai caratteri del legno, che in parte conseguono alle specie coltivate e alle modalità di crescita degli alberi, e al modo in cui la produzione legnosa viene raccolta e trasportata dal bosco alla strada.Nella presente Sezione F del Manuale dell’Agronomo si è anche fatto un breve cenno a quelle specie legnose che sono importanti per il loro significato ecologico, per il pregio estetico e talvolta per particolari beni forniti, o che non formano complessi boscati, ma compaiono allo stato sporadico. In tal modo si è inteso fornire un quadro d’insieme, quanto più possibile aggiornato e completo, dei diversi campi tecnici e applicativi della selvicoltura.Coordinamento di SezionePietro PiussiRealizzazione e collaborazioniGiovanni Bernetti, Stefano Berti, Massimo Bianchi, Paolo Casanova, Piermaria Corona, Luigi Damiani, Roberto Del Favero, Maria Nives Forgiarini, Giovanni Hippoliti, Amerigo Alessandro Hofmann, Alberto Maltoni, Enrico Marchi, Anna Memoli, Lorenzo Pini, Pietro Piussi, Aldo Pollini, Andrea Tani, Giuliana Torta