3.2.2 Fasi vitali e dinamismi naturali

li ia di e li o a e, iè al o n e a e d g) el e. iae o e na e; li no a. e. aa, r oti VEGETAZIONE FORESTALE NELLE REGIONI APPENNINICHE E INSULARI F 43 per incendi ripetuti e per il pascolo. Popolamenti radi e scadenti con sottobosco ricco di specie di brughiera. Ospitano facilmente rovere, castagno, sorbo degli uccellatori, betulla, abete rosso, pino silvestre o larice; essi svolgono una funzione esclusivamente protettiva. Per migliorarle, sono consigliabili piantagioni a gruppi di faggio oppure di specie miglioratrici come il maggiociondolo alpino. Faggete termofile (faggete calcicole, faggete delle esposizioni meridionali). La fertilità è mediocre: le piante sono ramose, alte raramente più di 25 m. Queste faggete occupano terreni superficiali carbonatici o da scisti argillosi: il sottobosco è formato in prevalenza da erbe graminoidi in cui, in primavera, spiccano le fioriture di orchidacee. Il faggio esercita poca concorrenza e consente la risalita di carpino nero, carpino bianco, querce e anche arbusti di pruneto. Faggete altomontane (faggete a megaforbie, faggete di altitudine, aceri-faggeti). Popolamenti di alta quota, ma su morfologie non troppo accidentate. Per effetto del vento o di altre avversità hanno, a maturità, uno sviluppo modesto (15-25 m), anche su terreni profondi. L umidità, dovuta al lungo innevamento, favorisce il sottobosco a megaforbie. La copertura del faggio è attenuata dalla frequenza di troncature di rami per depositi di ghiaccio e ciò facilita la presenza di altre specie, come acero montano, sorbo degli uccellatori, farinaccio e maggiociondolo alpino. Sulle Alpi è possibile anche la presenza di ontano verde, abete rosso e larice. faggete meridionali. Verso sud, a partire dalla Toscana, il sottobosco, composto da specie comuni all Europa media, subisce un graduale impoverimento. Esso è più rado e spesso secco in estate. Le faggete subiscono facilmente l insediamento di un piano inferiore di agrifoglio e, più raramente, di tasso. Si ritrovano sui suoli più fertili perché le stazioni calcaree più calde sono occupate da risalite del leccio, mentre i suoli acidi e subacidi (massicci granitici della Calabria) sono occupati dal pino laricio. Faggete delle quote minori. Simili alle faggete eutrofiche medio-europee per la capacità di accrescimento rapido e di rinnovazione naturale in massa. Hanno scarse transizioni in senso acidofilo e in senso termofilo. Faggete delle quote superiori. Differiscono dalle faggete altomontane medio-europee per la minore partecipazione delle megaforbie. faggete extrazonali. Complesso eterogeneo di popolamenti di aree circoscritte a clima non più montano, ma pur sempre influenzato da fattori favorevoli al faggio. Faggete depresse. A quote inferiori anche ai 500 m, come nel versante settentrionale del Gargano, oppure localizzate a piccoli lembi sul fondo dei valloni fra i tufi vulcanici di Lazio o Toscana meridionale. Discese fino a 200 m in Friuli. Faggete subalpine. Caso particolare di risalita di popolamenti in alta quota nelle Alpi Venete (Monte Croseraz). Hanno struttura irregolare, non chiusa. Faggete submontane (®faggete submontane). Faggete rupicole (faggete pioniere): insieme di popolamenti dominati dal faggio su terreni molto accidentati e franosi. Il faggio è spesso ridotto a cespugli e misto ad altre specie, tra cui pino mugo o carpino nero. Localizzazione. Le faggete in Europa sono diffuse su tutti i rilievi con clima subatlantico e la loro superficie è valutata in circa 12.000.000 ha, di cui oltre 550.000 ha in Italia: margine esterno delle Alpi, tutto l Appennino, versante settentrionale del Gargano e porzione superiore dei Monti Peloritani e dei Monti Nebrodi. F 3.2.2 Fasi vitali e dinamismi naturali. L ipotesi formulata da Mayer, sull evoluzione in natura di una faggeta eutrofica, prevede una durata del popolamento di 200-250 anni. La longevità del faggio risulta limitata da attacchi fungini sul legno e da una crescente suscettibilità alla siccità. F01_3_Vegetazione_Forestale.indd 43 5/30/18 7:51 AM

SEZIONE F
SEZIONE F
SELVICOLTURA GENERALE E SPECIALE
La Selvicoltura può essere definita come l’insieme di tutte quelle attività di governo e coltivazione svolte nei boschi, per scopi diversi, e che rappresentano la risposta alle esigenze, dei singoli e delle comunità, che si vengono a determinare in un particolare momento storico e in uno specifico contesto sociale.In senso stretto le attività consistono essenzialmente nel taglio degli alberi, ossia nella raccolta della produzione legnosa, condotto in modo tale da assicurare la ricostituzione (rinnovazione) del soprassuolo. Nella pratica della Selvicoltura rientrano anche l’impianto di alberi e tutte le fasi di produzione delle piantine in appositi vivai, fino alla loro messa a dimora in terreni precedentemente destinati a prato o coltivo, oppure là dove il soprassuolo adulto è stato abbattuto e si è preferito fare ricorso alla rinnovazione artificiale.L’Economia forestale (Selvicoltura in senso lato) comprende non solo l’ecologia forestale (presupposto necessario all’adozione di buone forme di intervento), ma anche i criteri di misurazione del volume degli alberi, di pianificazione delle operazioni su ampie superfici forestali, di difesa del bosco da agenti dannosi e da incendi, di gestione della fauna selvatica di applicazione e rispetto delle norme che le istituzioni pubbliche fissano per inquadrare le operazioni selvicolturali (nel quadro dell’economia del territorio) e, infine, delle modalità, di verifica che ci assicurano che prodotti o servizi, ottenuti dai boschi, siano conformi ai requisiti indicati da norme o regole. Per questo è indispensabile una profonda conoscenza dei tipi di bosco presenti nelle diverse Regioni italiane e delle tecniche selvicolturali più appropriate. Si deve anche prestare attenzione ai caratteri del legno, che in parte conseguono alle specie coltivate e alle modalità di crescita degli alberi, e al modo in cui la produzione legnosa viene raccolta e trasportata dal bosco alla strada.Nella presente Sezione F del Manuale dell’Agronomo si è anche fatto un breve cenno a quelle specie legnose che sono importanti per il loro significato ecologico, per il pregio estetico e talvolta per particolari beni forniti, o che non formano complessi boscati, ma compaiono allo stato sporadico. In tal modo si è inteso fornire un quadro d’insieme, quanto più possibile aggiornato e completo, dei diversi campi tecnici e applicativi della selvicoltura.Coordinamento di SezionePietro PiussiRealizzazione e collaborazioniGiovanni Bernetti, Stefano Berti, Massimo Bianchi, Paolo Casanova, Piermaria Corona, Luigi Damiani, Roberto Del Favero, Maria Nives Forgiarini, Giovanni Hippoliti, Amerigo Alessandro Hofmann, Alberto Maltoni, Enrico Marchi, Anna Memoli, Lorenzo Pini, Pietro Piussi, Aldo Pollini, Andrea Tani, Giuliana Torta