SEZIONE F

F 54 SELVICOLTURA GENERALE E SPECIALE - SELVICOLTURA GENERALE Tipi di gestione. Fra i modi di gestione dei boschi di castagno si possono distinguere: ceduo a turno breve (palina), ceduo a turno lungo (antenneta), castagneto da frutto e fustaie da legno che derivano da alcuni avviamenti all alto fusto relativamente recenti. Il ceduo da frutto è un applicazione esclusiva del Monte Vulture. castagneti cedui. Il legno di castagno non è apprezzato come legna da ardere perché durante la combustione scoppietta e produce scintille, ma è molto usato per pali di varie dimensioni e anche per travi e tronchi da sega. Questi prodotti si possono ottenere applicando il governo a ceduo, tanto più che la capacità di rigenerazione per ceppaia del castagno è praticamente illimitata e si mantiene anche nelle grosse ceppaie dei castagni secolari. Resta, tuttavia, opportuno che il taglio avvenga raso terra perché i polloni nati da ceppaie alte tendono a incurvarsi. La rinnovazione prodotta dalle matricine è facile, a meno che non vi sia concorrenza di altre specie; le matricine di un solo turno in più sono già in grado di fruttificare con sufficiente abbondanza e, in caso di turni lunghi, lo sono già anche i polloni. Il trattamento più frequente è il ceduo semplice, con 30-60 matricine di un solo turno in più. A regime si hanno 1.000-2.000 ceppaie ha21. Nei primi 5-7 anni, dopo il taglio, i polloni più vigorosi crescono fino a 3-7 m di altezza (secondo la fertilità) determinando una rapida selezione a carico di quelli più deboli. Segue una fase in cui i polloni rimasti limitano l accrescimento diametrico a causa della concorrenza reciproca. La lunghezza del turno dei cedui è stabilita soprattutto in base alle dimensioni dei pali che si vogliono produrre. I cedui più scadenti sono tenuti a turni brevi (15-18 anni) e quelli di fertilità ottima, eventualmente, a turni che possono anche superare i 25 anni. Per ottenere assortimenti di grosse dimensioni, oltre all adozione di turni lunghi, è necessario disporre di stazioni fertili e, per la produzione di tronchi da sega, vanno applicati uno o due diradamenti di tipo basso e di intensità moderata, realizzati in modo tale da evitare forti e bruschi mutamenti dell ambiente, per limitare il riscoppio di nuovi polloni e mantenere l accrescimento in diametro il più possibile costante, così da ridurre il formarsi della cipollatura. Le tagliate non si ripopolano subito con alte erbe o arbusti e nei cedui radi il suolo resta a lungo esposto all erosione. Questo rischio è concreto nei numerosi castagneti cedui che si trovano su terreni ricchi di sabbia, sciolti e facilmente erodibili; pertanto, è sempre consigliabile limitare il più possibile l estensione delle tagliate. Il trattamento del ceduo a sterzo è applicato in poche località: Gennargentu, provincia di Vicenza e provincia di Arezzo. castagneti da legno. Un castagneto da legno può avere due forme: fustaia selvatica (ottenuta per semina, impianto o avviamento all alto fusto di un ceduo), oppure fustaia di cultivar apposite propagate per innesto. L avviamento all alto fusto dei cedui è la pratica più seguita; finora non ci sono dati sul comportamento di simili popolamenti a maturità. Si procede a un periodo di invecchiamento durante il quale si praticano diradamenti fino a lasciare 500-600 polloni per ettaro all età (30-40 anni) in cui sono raggiunti i 25 m di altezza dominante. Le cultivar da legno più conosciute sono toscane (Politora, Mozza, Cardaccio e Mondistollo) e possono essere innestate in più contesti: piante allevate in filari, ceduo con 200-300 fusti innestati per ettaro. castagneto da frutto tradizionale. Una coltura di castagno da frutto, secondo modalità consolidate da una tradizione secolare, è caratterizzata da una bassa intensità colturale (®Castanicoltura da frutto) tanto che l operazione più costosa (almeno in termini di impiego di manodopera) è rappresentata dalla raccolta. Le principali operazioni F01_3_Vegetazione_Forestale.indd 54 5/30/18 7:51 AM c o in la d in d o e c c r c s b c c d e s g c n s s s d s in n c 8 p ( lu s b a s d il 3 ta c n

SEZIONE F
SEZIONE F
SELVICOLTURA GENERALE E SPECIALE
La Selvicoltura può essere definita come l’insieme di tutte quelle attività di governo e coltivazione svolte nei boschi, per scopi diversi, e che rappresentano la risposta alle esigenze, dei singoli e delle comunità, che si vengono a determinare in un particolare momento storico e in uno specifico contesto sociale.In senso stretto le attività consistono essenzialmente nel taglio degli alberi, ossia nella raccolta della produzione legnosa, condotto in modo tale da assicurare la ricostituzione (rinnovazione) del soprassuolo. Nella pratica della Selvicoltura rientrano anche l’impianto di alberi e tutte le fasi di produzione delle piantine in appositi vivai, fino alla loro messa a dimora in terreni precedentemente destinati a prato o coltivo, oppure là dove il soprassuolo adulto è stato abbattuto e si è preferito fare ricorso alla rinnovazione artificiale.L’Economia forestale (Selvicoltura in senso lato) comprende non solo l’ecologia forestale (presupposto necessario all’adozione di buone forme di intervento), ma anche i criteri di misurazione del volume degli alberi, di pianificazione delle operazioni su ampie superfici forestali, di difesa del bosco da agenti dannosi e da incendi, di gestione della fauna selvatica di applicazione e rispetto delle norme che le istituzioni pubbliche fissano per inquadrare le operazioni selvicolturali (nel quadro dell’economia del territorio) e, infine, delle modalità, di verifica che ci assicurano che prodotti o servizi, ottenuti dai boschi, siano conformi ai requisiti indicati da norme o regole. Per questo è indispensabile una profonda conoscenza dei tipi di bosco presenti nelle diverse Regioni italiane e delle tecniche selvicolturali più appropriate. Si deve anche prestare attenzione ai caratteri del legno, che in parte conseguono alle specie coltivate e alle modalità di crescita degli alberi, e al modo in cui la produzione legnosa viene raccolta e trasportata dal bosco alla strada.Nella presente Sezione F del Manuale dell’Agronomo si è anche fatto un breve cenno a quelle specie legnose che sono importanti per il loro significato ecologico, per il pregio estetico e talvolta per particolari beni forniti, o che non formano complessi boscati, ma compaiono allo stato sporadico. In tal modo si è inteso fornire un quadro d’insieme, quanto più possibile aggiornato e completo, dei diversi campi tecnici e applicativi della selvicoltura.Coordinamento di SezionePietro PiussiRealizzazione e collaborazioniGiovanni Bernetti, Stefano Berti, Massimo Bianchi, Paolo Casanova, Piermaria Corona, Luigi Damiani, Roberto Del Favero, Maria Nives Forgiarini, Giovanni Hippoliti, Amerigo Alessandro Hofmann, Alberto Maltoni, Enrico Marchi, Anna Memoli, Lorenzo Pini, Pietro Piussi, Aldo Pollini, Andrea Tani, Giuliana Torta